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#Parola di… Rita Micozzi e Davide Cencini: l’illustrazione

Siamo di nuovo in compagnia di Rita Micozzi e Davide Cencini, creatori del Mondo di Darkwing e autori del libro “Dershing: gli ultimi draghi”, uscito da poco per Plesio Editore.
Nell’articolo di ieri abbiamo conosciuto meglio i loro libri e i personaggi che li popolano, oggi invece parleremo del mondo dell’illustrazione.
Vi invitiamo a partecipare con commenti, domande, curiosità sia qui sotto sia sulla pagina, se preferite, Rita e Davide passeranno a rispondervi. Non siate timidi!

I LIBRI

159_big.jpgTRAMA: Una guerriera, un topo che vuole diventare un mago, uno scultore, un re dei draghi, una mente geniale che sprofonda nella follia. Sono i protagonisti di una storia lunga mille anni, che plasmerà il destino di Oma, mondo a lungo dominato dai draghi, portati però sull’orlo dell’estinzione da una malattia che li ha resi sterili.
Quando i draghi scopriranno che esistono donne in grado di generare figli con loro, le dershing, non tutti accetteranno il cambiamento.
Sarà l’inizio di una nuova specie… o l’inizio della fine?
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TRAMA:
Un viaggiatore giungerà per reclamare la SpadaTerra. Un futuro non molto lontano. Una nuova fonte di energia promette di cambiare il mondo, ma quel sogno si trasforma in una catastrofe. Peter scompare nell’esplosione. Sembra la fine, invece è l’inizio di uno straordinario viaggio. Scopre di essere in un luogo chiamato Corown, dove viene scelto dalla Spada dai Sette Occhi per diventare il Darkwing, un guerriero investito di un potere terribile e oscuro che rischia di consumarlo. Riuscirà a servirsene per proteggere coloro che ama?

 

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Avete entrambi una formazione artistica. In quali campi di illustrazione avete lavorato?Rita: Io ho studiato fumetto alla scuola Internazionale di Comics a Jesi, e mi sono laureata all’accademia di Belle Arti di Macerata con una tesi sulle case di animazione italiane. Ormai da più di otto anni lavoro come Concept Artist e Character Designer presso la Rainbow S.r.L. e ho partecipato alla produzione di tutte le loro serie dal 2007, quindi quello è tutt’ora il mio lavoro principale. Ho collaborato sia con Davide che con altri sceneggiatori a varie produzioni di fumetti brevi e miniserie, ma più di recente ho scoperto il mondo dell’illustrazione per bambini, scolastica e fantasy e visto che è molto più ampia del fumetto sia artisticamente che lavorativamente, mi sto spostando sempre più in quella direzione. Ho iniziato realizzando due copertine per Gainsworth Publishing: “La principessa sbagliata” di Ester Trasforini e “Di Metallo e Stelle” di Luca Tarenzi, poi quelle di “Tutto per un drago di legno” e dei “Promessi Elfi” di Daniele Bello per Astro Edizioni. Sempre con Astro farò le copertine e le illustrazioni interne di altri due titoli entro quest’anno.
Per la scolastica ho lavorato in collaborazione con Davide per vari testi scolastici di Rizzoli, Mondadori e La Scuola editrice.

Davide: Per quanto riguarda me, vengo dalla sceneggiatura di fumetti, ma come colorista digitale sono completamente autodidatta. Dopo le prime cose ho lavorato quattro anni come lead colorist su Huntik Magazine, poi mi sono rivolto interamente a progetti di testi scolastici per Rizzoli, Mondadori e La Scuola Editrice.

In cosa si differenzia l’illustrazione fantasy rispetto a quella scolastica e all’animazione? In quale settore vi piace lavorare di più?
Rita: Beh…in un’enormità di cose in realtà. Cercherò di sintetizzare gli aspetti più importanti.
Innanzitutto la differenza maggiore sta nel target, cioè la fascia d’età e di interessi a cui dobbiamo rivolgerci. Per il fantasy, per la maggior parte si tratta o di appassionati di libri di genere classici o moderni, di giocatori di GDR o di carte, a volte anche di lettori di fumetti e graphic novel: questo tipo di pubblico è estremamente esigente e ama i dettagli, quindi per attirarlo dovremo realizzare un’illustrazione ricca, possibilmente con un chiaroscuro molto contrastato che aggiunga profondità e volume. Oggetti e personaggi andranno particolareggiati con cura. Magari non è strettamente necessario che un’illustrazione di questo genere sia molto dinamica, poiché a volte anche un personaggio in posa frontale può essere una bella illustrazione, se non lesiniamo nei dettagli o in qualcosa che attiri molto l’attenzione.
La scolastica è tutto un altro discorso. Prima di tutto sarà indirizzata a ragazzi di una fascia d’età inferiore, che non cerca tanto il dettaglio ma piuttosto ha bisogno di capire il significato che esprime un’immagine in maniera assolutamente diretta. Il risultato è che spesso ci vuole più tempo a ragionare i disegni che a realizzarli.
L’animazione, da parte sua, richiede dinamismo, fedeltà assoluta alle proporzioni di riferimento e una enorme capacità di adattare il proprio stile di disegno a quello della serie. Il personaggio che facciamo non può assolutamente sembrare diverso da un’inquadratura all’altra, ne andrebbe della credibilità della serie stessa.
Ovviamente è molto gratificante disegnare per se stessi, ma io mi sento davvero professionale solo quando riesco a portare a compimento anche cose che non mi piacciono affatto. Anche se è una fatica!

Come si fa a creare uno stile proprio? Voi come ci siete riusciti? Quanto è importante differenziarlo da quello di altri artisti?
Rita: Quando si parla di stile, io sono sempre un po’ in difficoltà. Perché proprio a causa dei vari tipi di lavoro che faccio mi sono dovuta concentrare più sul rendere il mio stile versatile, piuttosto che unico e particolare. Molto comunque dipende dal tipo di influenze grafiche che abbiamo ricevuto durante l’infanzia. Io sono cresciuta a pane e Disney e quindi i miei volti, le mie espressioni, le mie proporzioni ricorderanno sempre vagamente lo stile Disney, particolarmente quello della serie animata Gargoyles, che penso sia stato il mio vero punto di svolta a livello di artistico. Ancora adesso alcuni miei colleghi che si riguardano Gargoyles, mi dicono “cavolo, ma tu disegni proprio così!” e non posso negarlo! Nel tempo mi sono interessata di tantissimi altri cartoni e fumetti che mi hanno indubbiamente influenzato, per cui il mio stile di partenza è cambiato negli anni. Non penso che sia una buona cosa per un artista ritrovarsi ad avere lo stesso identico stile che aveva dieci anni fa: vuol dire che non c’è stata ricerca e crescita personale, e un artista invece dovrebbe vivere di ricerca continua.
Per crearsi il proprio stile suggerisco semplicemente di partire copiando spudoratamente quello che ci piace e cercando dopo un po’ di farlo nostro! Noi siamo continuamente bombardati da input visivi, tanto vale sfruttare questi stimoli e rielaborarli per le nostre esigenze. Per fare un esempio, quando dovetti sviluppare la cover e le illustrazioni interne per “Tutto per un drago di Legno” non avevo mai fatto qualcosa di simile! Avevo già disegnato molte volte Scresah e i muscu, ma quei personaggi erano nati con un altro stile che somigliava più a una graphic novel, mentre Astro Edizioni progettava un libro per bambini. Senza cedere al panico, mi sono messa a cercare tra le mie migliaia di reference quale stile si adattasse di più a quella storia, e alla fine la mia scelta è caduta sui meravigliosi film di Tomm Moore, Secret of Kells e The Song of the Sea che mischiano l’iconografia celtica irlandese a personaggi animati accattivanti ed estremamente espressivi. Adesso sto adottando questo stile per tutte le mie produzioni per bambini, e devo dire che mi ci trovo davvero bene.
Differenziare lo stile dagli altri artisti è importante ma non si può sperare di fare qualcosa di completamente originale. Anche altri artisti hanno avuto stimoli e riferimenti visivi, quelli della nostra generazione in particolare ne hanno parecchi in comune. Per differenziarsi di più a parer mio è utile anche provare a fare, di tanto in tanto, qualcosa che esca dalla nostra “zona di sicurezza”, qualcosa di diverso rispetto a quello che sappiamo fare alla perfezione e metterci alla prova con qualcosa che ci fa anche paura. Di tanto in tanto per esempio ho provato a fare degli schizzi di mecha design… non li posterò mai perché sono lontana anni luce da una minima qualità XD ma il solo fatto di averci provato sento che mi abbia arricchito!

Avete qualcosa da aggiungere?
Rita: Solo una cosa sul ruolo dell’illustratore nell’editoria.
Gli Illustratori sono lavoratori specializzati che offrono un servizio mirato, che si perfezionano attraverso anni di studi e a volte anche facendo una gavetta davvero poco remunerativa (per usare un eufemismo). Fino a poco tempo fa nell’editoria non c’era abbastanza rispetto per la figura dell’illustratore, forse nemmeno gli illustratori stessi conoscevano bene i loro diritti di lavoratori. La maggior parte degli illustratori lavorano come freelance, e lo stesso termine spesso viene associato erroneamente a qualcuno che giocherella col computer beatamente mantenuto da mamma e papà perché non aveva voglia di studiare per diventare banchiere.
Un giovane disegnatore, appena uscito dalla scuola di fumetto spesso ha a che fare con il dubbio di aver preso la strada sbagliata, lui stesso non sa esattamente come gestire il proprio lavoro e finisce per svendersi anche solo per visibilità, ma questo è sbagliato, difatti per molti anni ha portato a un terribile abbassamento di qualità nelle pubblicazioni italiane.
Ultimamente ho potuto osservare con molta soddisfazione che le cose stanno cambiando. I disegnatori sono più consapevoli che se non scelgono con cura i propri lavori e le proprie commissioni, non arriveranno a campare di ciò che hanno studiato, e i committenti (case editrici o autori self) mi sembra che stiano tentando di comprendere meglio il lavoro dell’illustratore.
In fondo è uno scambio tra figure professionali: un illustratore non deve credersi perfetto in tutto ciò che disegna e impazzire se il committente gli chiede la minima modifica e il committente deve capire che il disegnatore non può leggergli nel pensiero e partorire esattamente tutto quello che ha lui in mente, né la quantità di scene che ha in mente, che in genere sono un’enormità, perché semplicemente non è possibile.
Le modifiche vanno fatte! Se proprio non ci piacciono o non abbiamo tempo di farle, basta applicarci un sovrapprezzo, così il committente sarà più accorto nel chiederle.
E’ legittimo per un committente chiedere fedeltà alla propria opera ma deve anche rendersi conto di cosa è realmente importante che si veda all’interno dell’illustrazione o della copertina.
Entrambi devono guardare il mercato attuale, aggiornarsi di continuo sulle uscite per capire come si potrà collocare il loro lavoro all’interno di esso.
In sostanza, serve consapevolezza: un disegnatore deve essere consapevole di se stesso e delle proprie capacità (e anche dei propri difetti) per mettersi sul mercato in maniera adeguata, e un committente, autore o casa editrice, deve essere consapevole di quello che vuole ottenere assumendo un illustratore.
Quando c’è questo, la collaborazione non può che andare a buon fine e chi ne avrà più benefici sarà il libro, che si presenterà come un prodotto accattivante e competitivo.

E voi, avete domande sull’argomento da fare a Rita e Davide?

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