Interviste

Intervista ad Aislinn, scrittrice, editor e traduttrice

Dopo aver intervistato editori, scrittori e librai, ho deciso di sentire anche il punto di vista di altre figure professionali che gravitano intorno alla produzione dei libri.
Oggi abbiamo come ospite Aislinn, scrittrice e freelancer. Andiamo a conoscerla.

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Foto di Alessia De Gaspari

Aislinn è nata nel 1982, scrive ascoltando rock e metal e ha una passione inesauribile per la lettura. Nel 2013 ha pubblicato con Fabbri Editori il suo primo romanzo urban fantasy Angelize; nel 2014 è uscita la seconda e ultima parte della storia, Angelize II – Lucifer. Ha partecipato al romanzo storico In territorio nemico di Scrittura Industriale Collettiva (minimum fax, 2013) e a diverse antologie. Vive ad Arona, ma capita spesso a Milano; tiene corsi e workshop di scrittura, è traduttrice, editor e consulente editoriale. Gestisce il blog Aislinn Dreams e pagine sui principali social network.

Ti è mai capitato di lavorare per una casa editrice indipendente? Hai notato qualche differenza tra loro e le realtà editoriali più importanti?
Mi è successo solo agli inizi, quando muovevo i primi passi in questo mondo strano dellʼeditoria e sono stata stagista per una minuscola casa editrice milanese. Allʼepoca non avevo ancora mai collaborato con grandi gruppi editoriali e mi mancava di conseguenza la possibilità di fare un confronto, ma oggi, a posteriori, le differenze che saltano agli occhi sono enormi. Lʼorganico ridottissimo – il proprietario-tuttofare e una collaboratrice, oltre a me – faceva sì che tutti dovessero saper fare un poʼ di tutto, pertanto non cʼera la tradizionale specializzazione che ci si immagina; e naturalmente il budget a disposizione per qualsiasi progetto era limitatissimo. Insomma, un mix di entusiasmo e frustrazione, di sfide e di ostacoli.

Quali sono gli errori più comuni che commettono gli autori di cui valuti i testi?
Prima di tutto, devo specificare che valuto sia romanzi stranieri, già quindi editati e pubblicati, sia manoscritti italiani inediti. Nel primo caso il livello è mediamente più alto, per ovvi motivi, anche se non mancano certo personaggi e trame stereotipati, illogicità e romanzi che si trascinano noiosi. Nel secondo caso… beʼ, potrei scriverci sopra un intero manuale. In generale, sovente arrivano romanzi dallʼinizio troppo leeeeeento – i classici testi i cui primi capitoli si potrebbero tranquillamente cestinare per arrivare al «vero» inizio della storia – o banali: gialli prevedibili, storie di vita vissuta senza alcun guizzo, distopici come se ne scrivevano a metà del Novecento, fantasy che sembrano usciti dalla Tough Guide to Fantasyland di Diana Wynne Jones… Poi, uno sfacelo nellʼuso del punto di vista, personaggi presentati a blocco con tanto di giudizi morali del narratore prima ancora che la trama inizi, anziché mostrati al lettore passo passo, dialoghi inverosimili. E non mancano lessico improbabile, virgole seminate a caso e tempi verbali sballati. Ciliegina sulla torta, ci sono anche gli autori che nella loro sinossi esaltano il valore letterario o morale della propria opera, autoproclamandosi geni della letteratura, anziché spiegare con semplicità che cosa hanno scritto.
Chiaramente, questo è un veloce riassunto dei casi peggiori: fortunatamente, arrivano anche buoni romanzi. Per definizione, però, si tratta di una minoranza.

Cosa ne pensi del fenomeno dell’autopubblicazione? Personalmente intraprenderesti questa strada?
Lʼautopubblicazione è un calderone in cui si riversano il meglio e il peggio degli scrittori o aspiranti tali: è uno sbocco per autori professionali che magari scrivono opere inadatte al mercato o che vogliono mantenersi indipendenti, ma è anche, ovviamente, il mare in cui sguazzano… beʼ, gli autori degli errori di cui mi hai chiesto alla domanda precedente. Personalmente non ho mai autopubblicato un mio testo, ma non escludo affatto di farlo in futuro, per alcune storie che ho in mente ma che difficilmente, per argomento, genere e struttura, potrebbero interessare al mercato tradizionale. Non mi dispiacerebbe seguire entrambe le vie, tradizionale e indipendente, a seconda dellʼopera, con piena flessibilità.

Agenti letterari e freelancer: sono sempre esistiti o stanno spopolando negli ultimi anni? Queste figure professionali non dovrebbero essere interne alle case editrici?
Sono sempre esistiti, anche se i cambiamenti del mercato del lavoro degli ultimi decenni hanno fatto senza dubbio aumentare le collaborazioni esterne e lʼutilizzo di service editoriali e di freelancer, per quanto riguarda redazione, grafica, ufficio stampa e così via. Anche in questo caso ci sono pro e contro: credo che una squadra di lavoro interna e affidabile, a cui affiancare il lavoro di professionisti esterni, sia la soluzione migliore, che consente continuità e specializzazione. Ovviamente, poi, bisogna scontrarsi con la realtà della crisi economica e del mercato… le case editrici sono aziende, anche se spesso non suona «bello» o «poetico» definirle così. Personalmente, lavoro da sempre da freelance, perché mi consente una grande libertà nella gestione del mio tempo (mi troverete magari al lavoro la domenica, oppure la sera, ma ho la libertà di non mettere la sveglia lunedì mattina se voglio recuperare un poʼ di sonno, tanto per fare un esempio banale; ed è fantastico lavorare in t-shirt bevendo una bella tazza di caffè della tua macchinetta e con il gatto sulle ginocchia che fa le fusa, o concedersi una pausa con una passeggiata in centro, o poter lavorare sul treno se cʼè bisogno…) e perché mi permette di svolgere lavori molto diversi: posso affinare le mie competenze in vari campi, nonché, ed è una cosa a cui tengo molto, variare quello che faccio senza mai annoiarmi. Per esempio, tradurre per metà settimana, poi valutare un romanzo americano, poi preparare una lezione di scrittura o leggere un manoscritto italiano, e la settimana dopo tornare a tradurre e fare magari un poʼ di editing…
Quello degli agenti letterari, poi, è un discorso ancora differente: le agenzie hanno rapporti con le case editrici ma sono realtà del tutto diverse e non potrebbero essere «interne».

A un autore consiglieresti di pubblicare con una grande casa editrice o con una indipendente?
Ancora una volta, entrambe le scelte hanno pro e contro: a parte lʼovvia considerazione che… è la casa editrice a scegliere se pubblicare un autore, non il contrario – lʼautore può solo accettare una proposta, vagliandola e contrattando eventualmente, ma non imporsi se lʼeditore lo rifiuta – cʼè da dire che ogni romanzo ha caratteristiche che lo rendono adatto a un certo catalogo e non a un altro. Un piccolo editore ha minore distribuzione e mezzi, magari, ma anche meno opere su cui concentrarsi, e quindi a volte può seguirle meglio; i grandi editori hanno mezzi e potere commerciale, ma non tutti i romanzi che pubblicano vengono «spinti», pubblicizzati e distribuiti allo stesso modo… Insomma, non cʼè una strada «giusta» per tutti, ogni libro e ogni autore fanno storia a sé.
6. Dato che lavori anche nell’ambito delle traduzioni parliamo anche di autori stranieri. Hanno davvero una marcia in più o è solo una percezione dovuta all’esterofilia dilagante?
Non mancano nemmeno in Italia gli autori validi, e non tutti gli autori stranieri sono dei geni, questo è sicuro: diciamo che, in alcuni ambiti in particolare, si sente una notevole arretratezza nel nostro Paese. Sto parlando naturalmente di quello che conosco meglio, il fantastico: il pubblico interessato in Italia è poco, spesso non va al di là dei classici Tolkien, Rowling o Martin, di conseguenza gli editori hanno poco interesse a pubblicare opere di genere valide ma che venderebbero poco, quindi tantissimi autori di grande livello in Italia non vengono tradotti e rimangono sconosciuti – anche se per fortuna oggi più persone (poche, ancora, ma più di un tempo) leggono in inglese e ovviano così al problema. Ecco dunque che le proposte di manoscritti di genere ricadono spesso su tematiche e trame che allʼestero erano già «vecchie» venti, trenta o più anni fa, mentre gli autori italiani di genere che hanno davvero talento e qualcosa da dire faticano ad affermarsi o non vengono proprio considerati. Si può solo prendere atto della situazione… e andare avanti lo stesso.

Dall’estero abbiamo preso la moda di pescare romanzi da piattaforme come Wattpad, EFP e simili. Credi che questo fenomeno possa aiutare a far considerare di più gli autori italiani? Cosa si può fare per combattere questo snobismo?
Per quanto riguarda queste piattaforme, vale quanto detto sullʼautopubblicazione: consentono visibilità ad autori con qualcosa da dire, così come a quelli che non conoscono nemmeno la grammatica… I primi persevereranno, cresceranno col tempo, proporrano qualcosa di valido; i secondi si riveleranno spesso fuochi di paglia. Ben venga tutto ciò che aiuta a promuovere scrittura e lettura – anche se è purtroppo vero che in Italia si scrive molto più di quanto si legge, e il risultato non può che essere desolante – basta tenere i piedi per terra.

Grazie per aver messo a disposizione il tuo tempo per rispondere all’intervista!
Grazie a voi per aver voluto chiacchierare con me!

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