#Parola di..., Interviste

#Parola di… Aislinn: l’Urban Fantasy

Eccoci giunti al quarto e ultimo appuntamento in compagnia di Aislinn, autrice di “Né a Dio né al Diavolo” edito dalla Gainsworth Publishing. 

L’ultimo argomento, come anticipato dal titolo, è l’urban fantasy.
Vi invitiamo a partecipare con commenti, domande, curiosità sia qui sotto sia sulla pagina, se preferite.

AISLINN GIOVEDI

 

Se il Fantasy è un genere di nicchia, l’Urban Fantasy lo è ancor di più. Qual è la problematica di scrivere questo genere in Italia?
Lʼargomento è ancora una volta vastissimo – tanto che lo affronteremo in quattro (io, Luca Tarenzi, Julia Sienna e Helena Cornell) nel panel “Mostri in ritardo. Perché in Italia l’Urban Fantasy non arriva?”, che si terrà sabato 12 maggio dalle ore 10:30 alle 11:30 al Salone del Libro di Torino (Spazio Book, Padiglione 5). Siete invitati naturalmente a partecipare (magari in abbigliamento urban fantasy!), se ne avete la possibilità; qui posso dire che di sicuro di tratta di un problema complesso. In Italia lʼurban fantasy è una bestia strana che spesso né lettori, né editori, né autori sanno definire davvero, e non sono rare le confusioni con il paranormal romance, per esempio, o con varie modalità di young adult (e mi è capitato anche di sentir definire urban fantasy un normalissimo fantasy alla Tolkien semplicemente perché buona parte dellʼopera era «ambientata in una città»…). Eppure, allʼestero è un genere di successo; qui, invece, arriva poco e quel poco spesso viene snobbato. Per quanto mi riguarda, come già ti dicevo lʼaltro giorno, lo ritengo un tipo di narrazione molto adatto alla nostra epoca, eclettico, versatile, capace di coniugare suggestioni fantastiche e temi dʼattualità, emozioni e personaggi moderni e complessi; eppure, in Italia basta dire «fantasy» per sentirsi squalificare come autori per «ragazzini» o comunque dal valore e dalla profondità automaticamente nulli. Pregiudizi, certo, ma assai ardui da abbattere, tanto più che perfino tra i lettori interessati al fantastico spesso cʼè molta diffidenza nei confronti delle opere italiane, pochi leggono in inglese e in traduzione arriva un numero assai esiguo di libri. Scrivere urban fantasy, dunque, significa andare incontro ai pregiudizi che circondano tutto il fantasy e in più scontrarsi con il fatto che molti non sanno nemmeno cosa sia lʼurban.
E se posso aggiungere una piccola nota personale, allargando il discorso, per quanto mi riguarda, essendo una donna, significa anche scontrarsi con il pregiudizio che vuole le autrici capaci solo di scrivere paranormal romance alla Twilight. Non sai quante volte mi hanno detto «non ho letto/allʼinizio non volevo leggere Angelize perché pensavo fosse un romance…». Ragazzi, quel libro è nato dallʼidea di una rissa tra angeli e umani a colpi di spranga in stile Guerrieri della notte! La «storia dʼamore» per me è solo uno dei tanti elementi che possono comporre un romanzo, non certo lʼunico.

Come mai senti più affine l’Urban Fantasy? Cosa vuoi comunicare con questo genere?
A conquistarmi è stata proprio la commistione tra fantastico e realismo, la possibilità di parlare del nostro mondo e di personaggi che potremmo incontrare fuori dalla porta di casa e allo stesso tempo di sfruttare lʼimmenso potere dellʼimmaginazione, del mito, del folklore, il fascino dellʼignoto, degli incubi, del magico e del meraviglioso. Non mi interessa parlare solo di vite banali e piccoli eventi: voglio raccontare di personaggi che lottano contro i problemi della quotidianità e allo stesso tempo devono sfidare se stessi per affrontare pericoli, misteri e realtà mai immaginate. Pensare che tutto ciò che ci aspetta là fuori sia semplice, grigio e prevedibile significa svilire lʼesperienza umana, e se anche non ci capiterà di dover uccidere un vampiro non significa che non ci succederà di sentirci ugualmente smarriti, spaventati, meravigliati… Perdere la capacità di apprezzare il fantastico significa ridursi a credere che non vi sia nulla di più importante, nella nostra vita, del semplice materialismo, della superficie delle cose. E poi, il puro piacere, il puro gusto di leggere un libro emozionante, vogliamo sottovalutarlo?
Non fraintendetemi, però: io leggo di tutto, spaziando tra i generi, dal realismo al fantastico, senza problemi. Ogni opera può avere un immenso valore e parlare allʼanima del lettore, indipendentemente da ciò che narra. Semplicemente, vorrei che lettori, autori, critici potessero affrontare senza pregiudizi qualsiasi genere, valutando la bellezza della singola opera, indipendentemente dalle etichette che vi si trovano appiccicate sopra. Tantʼè che, per quanto lʼurban rimanga il genere che preferisco scrivere, uno dei progetti che sto portando avanti ora è invece totalmente realistico: ci lavoro perché lʼidea di base mi ha colpito e mi piace raccontarla, oltre che per sfidare me stessa con qualcosa di nuovo. Non mi pongo limiti, insomma, e non capisco perché tanti amino frapporre confini e limitazioni al gusto della narrazione o perché non si possano coniugare ritmi incalzanti e temi profondi, personaggi ben caratterizzati e avventure straordinarie.

Negli ultimi anni sono aumentate le serie tv di stampo Urban Fantasy. Pensi che sia indice di un interesse per questo genere che potrebbe svilupparsi anche nei confronti della letteratura oppure è qualcosa destinato a rimanere nell’ambito filmico e seriale?
Allʼestero lʼinteresse va già al di là di tale ambito, in Italia è difficile da dire. Il pubblico è esiguo e non cʼè una vera e propria educazione culturale al genere fantastico. Anche per questo è importante supportare quegli editori coraggiosi, competenti e indipendenti come Gainsworth, che si muovono nellʼambito del fantastico consapevoli di ciò che propongono, e promuovere gli autori che ritenete validi con il passaparola.

Hai qualcos’altro da aggiungere?
In chiusura, non posso che ringraziarti per le splendide domande, che hanno offerto tantissimi spunti; e, naturalmente, ringrazio di cuore chi mi ha letto fin qui, sperando di non avervi annoiato! Se sarete presenti al Salone di Torino, oltre al panel che vi ho già segnalato, mi permetto di ricordarvi che sarò allo stand Gainsworth (H10, padiglione 2) sabato 12 maggio dalle 15 alle 17 per il firmacopie di Né a Dio né al Diavolo. Se vi va di scambiare due chiacchiere con me, venite a trovarmi: garantisco un abbraccio!

fronte copertina nadnad.jpgBiveno. “Capitale del nulla”. Sessantamila anime dimenticate da Dio ai piedi delle Alpi piemontesi. Da lì un giorno d’estate del 2010 parte una macchina diretta a un colossale festival metal in Germania, con a bordo il terzetto peggio assortito della storia: Ivan, senza lavoro ma con qualche segreto, depresso con l’orlo del baratro a portata di mano; Tom, idraulico per professione e giullare per vocazione, troppo abituato a fingere di essere un idiota; e il tizio silenzioso che tutti chiamano Lucifero, capelli lunghi e occhiali scuri d’ordinanza, vampiro da quasi quattrocento anni. E non serve a nulla che lui parli tranquillamente della sua vera natura, tanto nessuno ci crede, Tom meno di chiunque altro. Dovranno cominciare a balenare gli artigli e a scorrere il sangue perché i due ragazzi si rendano conto che frequentare un mostro non è innocuo come una canzone black metal. Men che meno un mostro che si trascina dietro amanti immortali, vendette secolari e una sete che nulla al mondo può spegnere. Ma le notti sono lunghe a Biveno, e c’è tempo per imparare…

Ringrazio Aislinn ancora una volta e voi, che ci avete seguito.

Il libro e le risposte dell’autrice vi hanno incuriosito?

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