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#SalTo30: i consigli di SEMEPI

Un anno fa andavo al Salone del Libro di Torino senza sapere cosa mi avrebbe dato, come mi avrebbe cambiato.
Ed ecco che il cerchio sta per chiudersi, il primo anno di attività di SEMEPI sta per compiersi e mi preparo per la trentesima edizione del Salone di Torino. Per l’occasione ho preparato anche i bigliettini da visita (non auguro neanche al mio peggior nemico di doverli tagliare a mano, con l’ansia che vengano tutti storti).

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Se avete dato un’occhiata al programma del Salone vi saranno balzati all’occhio gli incontri dedicati all’editoria: dal campo della traduzione fino ad arrivare al confronto tra librai e lettori.
Eccone alcuni interessanti.  Continua a leggere “#SalTo30: i consigli di SEMEPI”

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#Parola di… Melania D’Alessandro: editoria e fiere

Come già annunciato sulla pagina Facebook, fino a domenica saremo in compagnia di Melania D’Alessandro, autrice de “La città nascosta” e “Sogni di Carta”, entrambi editi da Leucotea edizioni.
Dopo aver parlato dei libri e delle tematiche, siamo giunti alla giornata sull’editoria! 
Vi invitiamo a partecipare con commenti, domande, curiosità sia qui sotto sia sulla pagina, se preferite, Melania passerà a rispondervi. Non siate timidi!

I LIBRI

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Attraverso un portale trovato in biblioteca, Sofia arriva in un mondo parallelo, uguale a quello dove è cresciuta, ma profondamente diverso. Una realtà che si distrugge in continuazione e che con eguale rapidità si ricostruisce, un susseguirsi del tempo irregolare in cui non si sa mai in quale epoca ci si possa ritrovare, un mondo nuovo, dove si possono incontrare personaggi strepitosi e posti al limite dell’impossibile. Un viaggio capace di ribaltare le certezze e creare legami indissolubili, ma non di lenire la nostalgia di casa.
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Sogni di Carta è un negozio speciale. Tanto per cominciare, è gestito da un signore che veste sempre con abiti a quadretti e da un topo brontolone che va ghiotto di biscotti e viaggi fantasiosi. È una libreria magica, dove ogni parola scritta può diventare realtà e in cui i clienti vivono le avventure dei protagonisti delle storie come fossero proprie. Un giorno, tuttavia, libraio e topo di biblioteca si ritrovano ad affrontare guai seri: il mondo della fantasia è in pericolo e rischia di scomparire per sempre. Tra magici ripostigli, laboratori sognanti e personaggi straordinari si snoda la storia di Sogni di Carta, dove la magia diventa possibile e dove anche i lettori possono fare la differenza.

 

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Come hai scoperto Leucotea?
Ho scelto Leucotea dopo aver fatto una selezione di editori della mia zona. La città nascosta è ambientato a Ventimiglia, nell’estremo ponente ligure, per cui mi sembrava più che mai doveroso provare a pubblicarlo con un editore locale, attento alle esigenze del territorio e consapevole della realtà di cui avevo narrato nella mia storia. Qualcuno ha rifiutato la mia proposta editoriale, Leucotea è stato il primo a rispondere positivamente e con entusiasmo alla mia mail, e così ho affidato a loro la pubblicazione del mio romanzo d’esordio e di quello a seguire. Ricordo di essere rimasta colpita dalla loro attenzione alla capillarità della distribuzione e alla partecipazione alle fiere nazionali.
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#Parola di… Melania D’Alessandro, autrice di “Sogni di Carta” e “La città nascosta”

Come già annunciato sulla pagina Facebook, fino a domenica saremo in compagnia di Melania D’Alessandro, autrice de “La città nascosta” e “Sogni di Carta”, entrambi editi da Leucotea edizioni.
Come per l’intervista a Marta Duò, abbiamo suddiviso le giornate per argomenti, che trovate riassunti qui sotto.
Vi invitiamo a partecipare con commenti, domande, curiosità sia qui sotto sia sulla pagina, se preferite, Melania passerà a rispondervi. Non siate timidi!

I LIBRI

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Attraverso un portale trovato in biblioteca, Sofia arriva in un mondo parallelo, uguale a quello dove è cresciuta, ma profondamente diverso. Una realtà che si distrugge in continuazione e che con eguale rapidità si ricostruisce, un susseguirsi del tempo irregolare in cui non si sa mai in quale epoca ci si possa ritrovare, un mondo nuovo, dove si possono incontrare personaggi strepitosi e posti al limite dell’impossibile. Un viaggio capace di ribaltare le certezze e creare legami indissolubili, ma non di lenire la nostalgia di casa.
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Sogni di Carta è un negozio speciale. Tanto per cominciare, è gestito da un signore che veste sempre con abiti a quadretti e da un topo brontolone che va ghiotto di biscotti e viaggi fantasiosi. È una libreria magica, dove ogni parola scritta può diventare realtà e in cui i clienti vivono le avventure dei protagonisti delle storie come fossero proprie. Un giorno, tuttavia, libraio e topo di biblioteca si ritrovano ad affrontare guai seri: il mondo della fantasia è in pericolo e rischia di scomparire per sempre. Tra magici ripostigli, laboratori sognanti e personaggi straordinari si snoda la storia di Sogni di Carta, dove la magia diventa possibile e dove anche i lettori possono fare la differenza.

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Ne La città nascosta Sofia, la protagonista, si ritrova in una città parallela a quella in cui è nata e cresciuta, caratterizzata dal susseguirsi di varie epoche storiche. Ma La città nascosta esiste davvero?
Questa è una domanda interessante, a cui posso dare una risposta a più livelli.
La città di cui si parla nel romanzo esiste davvero, sì, ed è la stessa Ventimiglia che negli ultimi anni è diventata spesso protagonista nelle pagine di giornale dedicate all’immigrazione. Ventimiglia è la città in cui sono cresciuta, l’unico luogo che posso dire di conoscere come le mie tasche (una delle prime regole della scrittura è “scrivi di ciò che conosci bene”). Tuttavia, nel romanzo si parla anche di un’altra città, quella nascosta per l’appunto, che è una Ventimiglia parallela a quella reale. Anche questa esiste davvero, ma vive nei cuori di ognuno di noi – non solo dei ventimigliesi – e non nella realtà ordinaria che tutti conosciamo.
Ognuno di noi, con attenzione e curiosità, può accedere alla propria “città nascosta”, perché ogni luogo ha una storia, una cultura e delle tradizioni da tramandare alle generazioni future. Tutti possiamo essere come Sofia, cercatori di tesori di un passato ormai sepolto, ma che vive ancora in noi e intorno a noi, basta solo saper osservare.

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I franchising e l’editoria indipendente

Oltre all’intervista di ieri, ho sentito il punto di vista di un’altra libraia, sempre di una grande catena. Non ho ricevuto risposte abbastanza esaustive per poterle riportare, ma voglio condividere con voi le riflessioni che ne sono scaturite. 

Innanzi tutto chiariamo una cosa: per citare il Qoelet e Schopenhauer “non vi è nulla di nuovo sotto il sole”. Per molti di voi queste cose saranno ovvie, anche io non ne ero del tutto all’oscuro, ma sentirsele dire da altri, da persone che ne sanno sicuramente più di te, fa sempre il suo discreto effetto.

Alcune librerie adottano libri di case editrici indipendenti in conto vendita che, se rimaste invendute, vengono restituite all’editore senza che il libraio ci rimetta economicamente. Altri franchising, invece, hanno regole più rigide, devono richiedere direttamente alla sede e, prima di tutto, il catalogo della casa editrice deve essere sul loro server, altrimenti potrete anche piangere in greco, ma la risposta rimarrà sempre la stessa: no.
Anche nel caso in cui prendessero in negozio alcuni titoli, devono rientrare in un range minimo di vendite che, se non raggiunto, comporta un bel “arrivederci, grazie e tanti saluti”.
Ma non è finita: non solo sono tenuti a vendere prima i loro libri e poi quelli di editori indipendenti, ma su questi stessi libri il 40% circa del prezzo di copertina lo guadagna la sede. 
Oltre al danno anche la beffa.
Parlando per ipotesi, proviamo a fare due calcoli: utopicamente, un autore ricava il 10% (in realtà oscilla dal 4 all’8, ma arrotondiamo per eccesso), la casa editrice del franchising il 40%, così abbiamo un totale del 50%. Il resto deve essere diviso tra il libraio e l’editore, quindi un 25% a testa, col quale a loro volta dovranno pagare svariate tasse, tipografia, distributore e dipendenti. Se ci sono altre figure a cui rendere conto, converrete con me che la situazione si fa ancora più complessa. Continua a leggere “I franchising e l’editoria indipendente”

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#Parola di… Marta Duò: la fantascienza.

Come già annunciato sulla pagina Facebook, fino a domenica saremo in compagnia di Marta Duò, autrice de “I superstiti di Ridian”, uscito da pochissimo per Plesio Editore.
Ieri abbiamo conosciuto il suo romanzo, oggi invece, come potete vedere dal titolo, si parla di fantascienza!
Vi invitiamo a partecipare con commenti, domande, curiosità sia qui sotto sia sulla pagina, se preferite, Marta passerà a rispondervi. Non siate timidi!

IL LIBRO

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TRAMA: 
XXV secolo: la Terra è ormai un deserto di sabbia e ghiaccio e le nuove generazioni crescono su Ridian, pianeta prossimo al centro della Galassia. La guerra contro gli antichi abitanti lo ha reso un territorio ostile, in cui le colonie terrestri non sono più al sicuro. Sotto la cupola di Red City vivono Nerissa, studentessa destinata al ritorno sulla Terra, e Handel, professoressa che le impartisce lezioni clandestine di letteratura. Una missione inattesa le trascinerà nel terribile conflitto che ha devastato i due mondi. Al centro di uno scontro di civiltà, Nerissa dovrà scegliere tra le rassicuranti menzogne della sua vecchia vita e le atroci verità che le rivelerà Daar, giovane combattente determinato a porre fine all’epoca della colonizzazione umana.

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Qual è stato il tuo approccio alla fantascienza? Quali libri ti sono stati d’aiuto per la stesura de “I superstiti di Ridian”?
Il mio approccio alla fantascienza è stato piuttosto travagliato. Il primo libro in cui inciampai, grazie allo stesso professore che propose Sixdegreescouldchange the world alla mia classe, fu Fahrenheit 451. So che gli esperti non lo considerano fantascienza, però per me tutto ebbe inizio da lì: grazie alla distopia, complici anche 1984 e Il nuovo mondo, ripresi in mano la sci fi, con cui all’inizio non andavo proprio d’accordo.
Cominciò tutto con la raccolta Racconti matematici, uno dei pochi libri che ho mollato a metà e rinchiuso in soffitta: gli stralci dei testi di Asimov non valevano la candela, almeno ai miei occhi dell’epoca. Poi fu il turno di Città di illusioni che mi lasciò un gran senso di confusione. Non sembrava proprio il mio genere, ecco.
Le cose cominciarono a risollevarsi con The time machine di Wells, e decollarono con i libri che l’editor mi consigliò di leggere per capire meglio quali aspetti potessi migliorare nel romanzo: lessi Neanche gli dei e La mano sinistra delle tenebre, al fine di risolvere i problemi di caratterizzazione che affliggevano i miei “alieni”.Grazie a questi romanzi ho iniziato ad apprezzare appieno lo stile della Le Guin e mi sono buttata sul Ciclo della Fondazione, e la fantascienza è diventato un genere che leggo con regolarità e non solo sporadicamente.
Una grossa fetta di merito va anche alla mia professoressa d’inglese, la vera Handel: ho scelto di dedicarle I superstiti di Ridian perché fu lei ad assegnare la lettura di Orwell e Huxley, ad insegnare che la distopia è un genere letterario e non una stramba cosa di nicchia; soprattutto, non ha mai guardato male qualcuno che ammettesse di amare il fantastico in ogni sua forma.

Abbiamo parlato di libri, ma anche i film possono essere d’aiuto. Ce n’è qualcuno appartenente al genere che ti piace particolarmente o che ti ha ispirato?
Sono una di quelle persone orribili che guardano raramente i film. Non posso dire di aver visto poca fantascienza sul grande schermo, perché è proprio il totale a essere striminzito.
Ora scusatemi, torno a seppellirmi tra i miei libri.

Parlando di pregiudizi: riguardano solo il binomio donna-fantascienza o credi che la cosa si estenda anche ad altri generi? Qual è la tua opinione?
Purtroppo, i pregiudizi sulle donne sono radicati ovunque e, limitandoci alla sola letteratura, coinvolgono soprattutto quella di genere. Infatti, se per pubblicare romanzi rosa è consigliabile un nome o uno pseudonimo femminile, per tutto il resto è richiesta la paternità, anziché la maternità, della storia.
Finché sussisteranno distinzioni come “le donne sono più emotive e dedite alla cura” e “gli uomini sono più razionali e portati all’azione”, esisteranno anche frasi aberranti come “non leggo libri scritti da donne”: solo quando la società smetterà di imporci delle conformazioni mentali, che influenzano inevitabilmente lo stile e i gusti letterari, saremo liberi di leggere e scrivere ciò che vogliamo.
Come potete pretendere che una donna, abituata fin da piccola a essere remissiva e in cerca del Vero Amore, scriva una storia appetibile per un uomo, che ha vissuto i suoi stessi anni con molte più libertà in campo personale e senza nessun interesse romantico? E come potete pensare che il pubblico non sia diviso in due fette inconciliabili, per gli stessi motivi? Beh, non è difficile: smettete innanzitutto di guardare il nome dell’autore o autrice prima della quarta di copertina, quindi chiedetevi se le vostre letture passate non siano state influenzate da errati pregiudizi. Infine, ammettete tra voi che non perderete di virilità o di femminilità se, per una volta, vi concedete di cambiare target. La paura irrazionale di avventurarsi nel terreno dell’ “altro”, quella terribile entità che non vi siete mai presi il disturbo di conoscere, può essere sconfitta solo dalla curiosità.
Nel caso specifico della fantascienza, non è solo la parola “donna” a scatenare panico e ritrosia; anche “nuova uscita” e “autore italiano” generano ondate di panico da non sottovalutare, e io me le becco tutte. Trovo che i lettori del fantastico, soprattutto di fantasy e sci fi, siano troppo legati ai classici del genere (in cui non spicca manco mezzo nome femminile) e vedano tutta la produzione successiva come una brutta copia. In particolare, ritengono che quella nostrana sia la peggiore perché nella nostra cultura c’è molta carenza di materiale fantastico.
Sapete cosa vi dico? Tolkien creò dal nulla una sua mitologia, ammirata ancora oggi, rompendosi la testa sui libri e sui racconti del passato, studiandoli fino a farli propri e a renderli qualcosa di unico. Noi piccoli autori stiamo cercando di fare lo stesso: vogliamo creare una base per dare dignità al fantastico nostrano, con tratti caratteristici unici e, allo stesso tempo, legati ai classici dall’amore che abbiamo provato nel leggerli. Donne, uomini,genderqueer… l’obiettivo che abbiamo è questo.

Ora tocca a voi: avete qualche domanda da fare a Marta? Non scordatevi l’appuntamento di domani!

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Editori e blogger a rischio di autoreferenzialità?

“Le conseguenza sono molteplici: più libri vuol dire meno tempo per sceglierli, lavorarli e promuoverli. Ma anche meno tempo a disposizione di ogni libro per trovare i propri lettori. Il risultato? Abbassamento della qualità, crollo del tempo di permanenza sullo scaffale, ridotto a volte a poche settimane, vendite medie sempre più basse.”

Andrea Coccia, articolo su Linkiesta
Qualche giorno fa ho letto questo articolo molto interessante che vi consiglio di leggere, dove in sostanza si dice che il vero problema in Italia sono i troppi libri pubblicati in relazione al numero, sempre più o meno stabile, di lettori.
Voi non avete mai avuto questa impressione?
Io, francamente, molto spesso.
Questa sovrabbondanza non riguarda solo le big del settore: ci sono case editrici minori che hanno aumentato i ritmi e pubblicano un numero di titoli simile a quello dei grandi marchi, e mi chiedo se non ne risenta la pubblicizzazione dei vari libri e autori.
Per non parlare poi del selfpublishing: a prescindere dal fattore qualità, non essendoci il filtro di un editore, contribuisce enormemente all’incremento dei libri sul mercato.
Ed ecco che ci troviamo con una produzione ingigantita.

Per fare un esempio banale e personale. Ora, a tutti piacerebbe avere una libreria in stile La Bella e la Bestia, ma posso dirlo? A me le librerie troppo grandi e con troppi libri mettono ansia: non so dove mettere prima le mani, da dove cominciare a guardare, cercare, spulciare, c’è talmente tanta roba che non mi basterebbe un giorno intero per leggere tutti i titoli e le trame. E allora preferisco non guardare o limitarmi a una piccola sezione. La stessa cosa mi succede pensando al mercato del libro: troppi titoli, troppo poco tempo.

Insomma, la freneticità delle nostre vite ha contagiato anche il mondo della lettura.
C’è da preoccuparsi?
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#Pisa Book Festival: intervista ad Alessio Del Debbio

Come anticipato qui, ho avuto il piacere di incontrare Alessio Del Debbio e ne ho approfittato per intervistarlo, con la partecipazione speciale di Chiara, la mia coinquilina.

Per me è stata una conversazione stimolante, così come quella con Giordana Gradara.
Curiosi di sapere cosa ci siamo detti? Allora non vi resta che leggere.

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Dalla tua biografia emerge la tua passione per il fantasy, eppure tra le tue pubblicazioni questo genere manca, a parte un racconto inserito nell’antologia Dreamscapes. Come mai non ti sei cimentato nella scrittura di un romanzo fantasy?
In realtà mi sono cimentato: ho scritto L’ora del diavolo, un’antologia di racconti fantastici ispirati a leggende lucchesi e delle Alpi Apuane, quindi sono tutte storie un po’ fantastiche, un po’ di terrore ambientate nella zona di Viareggio, Lucca, Alpi Apuane, Garfagnana, e legate al folklore locale. In più dal prossimo anno, forse a giugno, uscirà il mio primo romanzo Urban Fantasy ispirato alla mitologia nordica e avrà protagonisti gli úlfheðnar di Odino, cioè questi uomini lupo che vivono sulle montagne della Garfagnana. Sarà l’inizio di una trilogia.

Come si è rivelata finora la tua esperienza con l’associazione Scrittori Emergenti Uniti?
Molto positiva, anche perché come autori emergenti, da soli, è effettivamente molto difficile farsi notare, serve veramente tanto lavoro di relazioni, oltre che scrivere un buon libro, ma anche a livello promozionale è difficile farsi notare. Quindi mettersi insieme, essere un gruppo di autori che magari si sostiene a vicenda è positivo, aiuta umanamente ma anche professionalmente. Ben vengano questi gruppi di gente che ha voglia di fare.

La tua zona ti sostiene e ti valorizza in qualche modo?
Non molto, purtroppo. A Viareggio abbiamo un caffè letterario aperto da poco, molto carino, dove ogni tanto ho fatto un paio di eventi, ho presentato il mio libro e i libri di altri amici scrittori, però per il resto non c’è molto. Solo d’estate c’è un po’ di giro grazie al turismo, in passeggiata e in zona mare, quindi si possono organizzare aperitivi letterari, però purtroppo non è una cosa così diffusa.

Ma c’è partecipazione a questi eventi?
Purtroppo limitata, non c’è molto interesse.

Cosa ne pensi dell’autopubblicazione?
Diciamo che ha i suoi lati positivi e i suoi lati negativi. È positivo che un autore si possa organizzare da solo, può scegliere la copertina che vuole, curare il testo, farlo uscire quando vuole e, ovviamente, avrà il guadagno tutto per sé, cosa che di solito, con le case editrici, è un guadagno molto piccolo, intorno al 5-7%. Il lato negativo è che il più delle volte non hai un confronto professionale con qualcuno che è del settore e che dovrebbe saper fare il suo lavoro. A me è capitato di leggere testi autoprodotti che erano terribili, mi dispiace dirlo, al di là del gusto personale, intendo proprio come grammatica. Purtroppo c’è anche l’altra faccia della medaglia, si rischia di pubblicare qualsiasi cosa, c’è un marasma di pubblicazioni e il lettore è disorientato. Alla fine magari quello che scrive peggio riesce a vendersi meglio di quello che comunque ha scritto un libro di qualità, ma non sa proporsi. Quindi si crea questa situazione un po’ caotica.

Ecco, veniamo alla pubblicità su Facebook: spam inutile o serve davvero a farsi notare?
Più che spam direi promozione sui gruppi e sulle varie pagine di Facebook, però senza mai essere invasivi. Io partecipo a un paio di gruppi, ma cerco di rispettare i programmi: se un giorno parliamo dei luoghi dei libri è inutile postare semplicemente il link, di’ qualcosa sul luogo, cerca di partecipare alla discussione e magari riesci a stabilire anche qualche contatto con altri autori e da cosa può nascere cosa. Bisogna farlo con moderazione, più che altro.

Chiedevo, perché da esterna mi sembra che alla fine si svolga tutto tra gli autori, e che i lettori spesso percepiscano la cosa più come promozione spudorata e, per questo, evitino di seguire attivamente questi spazi.
Sì, infatti su qualche gruppo ogni tanto spunta un sondaggio tipo: “ma c’è qualcuno che legge questi post che scriviamo?”. Effettivamente il più delle volte sono gruppi di spam. Io partecipo a tanti e quelli che hanno qualche argomento di discussione saranno sei/sette. Ti dico dieci proprio a dir tanto, ma sono comunque pochi.

Perché infatti secondo la mia percezione, non si crea neanche una discussione tra lettore e autore o anche semplicemente tra i vari lettori.
No, infatti io prediligo quei gruppi dove c’è il tema della giornata e si cerca di rispettarlo: magari un giorno si parla dei personaggi, un altro dei luoghi, si mettono le foto. Insomma, qualcosa di diverso.

Quindi basta trovare i gruppi giusti?
Sì, e anche leggere!

(Domanda della mia coinquilina) Ho visto che hai partecipato a diversi corsi di scrittura: volevo sapere se sono effettivamente utili oppure no.
Secondo me servono molto. Ovviamente devono essere fatti bene, questo è chiaro. Devo dire però che più che corsi ho seguito dei laboratori, sembra una distinzione minima, però il corso è una cosa cattedratica, diciamo, il laboratorio è più creativo. Effettivamente, se vuoi migliorarti, devi ovviamente imparare alcune tecniche, leggere tanto, però fare molta pratica anche con qualcuno che ti segue. Io ho partecipato ad alcuni laboratori con Mirco Tondi, uno scrittore di Firenze che si occupa da tanti anni di organizzare cose del genere. Fa cinque o sei laboratori l’anno con gruppi ristretti, massimo otto persone, quindi riesci a seguirli bene e sono molto creativi, puoi dare spazio alla tua fantasia, ovviamente seguendo un percorso dall’inizio alla fine e fare tanti esercizi. Anche i più vari, per esempio scrivere uno stesso testo con un punto di vista diverso, creare nuovi personaggi, tutta una serie di esercizi anche mentali che servono a stimolarti. Poi ovviamente bisogna leggere tanto, anche i classici oltre che quelli contemporanei, perché alla fine se se ne parla ancora dopo tanti secoli un motivo c’è.
Tornando ai corsi, a me sono serviti, anche perché ti confronti con gli altri, anche se all’inizio si è un po’ timidi e ci si sente in imbarazzo a leggere agli altri i propri testi, però si è tra persone che vogliono imparare e confrontarsi. Poi con alcuni scrittori di Viareggio, con cui ho seguito questo laboratorio, abbiamo creato un’associazione culturale Viareggio con cui ci organizziamo per promuovere i nostri libri alle presentazioni, quindi si è creato anche un buon clima.

Grazie per averci concesso un po’ del tuo tempo!
Grazie a voi!